Sara Indovina e Beatrice Fanchi, classe 5 AC
Liceo Giulio Casiraghi, Cinisello Balsamo
DA CHE COSA VOGLIAMO LIBERARCI
Vogliamo liberarci dall’ignoranza, dall’incapacità di imparare dalla storia e dal negare le conseguenze delle azioni passate, ripetendo così gli stessi errori che altri prima di noi hanno già commesso e da cui noi abbiamo l’opportunità di imparare, opportunità che spesso, purtroppo, non sfruttiamo.
Vogliamo resistere alla violenza, quella che dimora in ogni conflitto armato, come le guerre, o verbale, come quelle che affrontiamo quotidianamente. Vogliamo liberarci dalla violenza che genera l’odio e che crea spaccature nella nostra società.
Vogliamo liberarci dal crimine d’odio, riscontrabile nella vita di tutti i giorni come sui social. Insito nel concetto di crimine d’odio è il pregiudizio di genere, di pensiero politico, di orientamento e identità sessuale, di etnia e cultura, e di condizione economica e sociale.
Ancora oggi sentiamo il bisogno di liberarci dai pregiudizi che, radicati nella società, deformano le relazioni e ci impediscono di rivelare agli altri la nostra vera essenza. Vogliamo essere libere e liberi di esprimerci, vogliamo liberarci dall’ignoranza, vogliamo vedere, conoscere, comprendere. Siamo stanche delle parole vuote dei politici e delle verità imposte senza domande. La cultura è la nostra vera arma, la curiosità il nostro motore; leggeremo, ascolteremo e impareremo, perché solo chi cerca la verità è realmente libero.
Vogliamo liberarci dalle catene del patriarcato, prendendo misure definitive di cui possano beneficiare tutte e tutti. Vogliamo gridare al mondo che il patriarcato non è una costruzione retorica, un sistema puramente fittizio, un retaggio del passato che siamo riusciti ad abbandonare nel tempo. Vogliamo ammonire le bambine di oggi, e le donne di domani, contro il mostro che giace sotto l’apparenza delle nostre società, e che ogni minuto di più compromette la nostra libertà, il nostro diritto di dire “no”, la nostra possibilità di avere una vita normale.
Vogliamo impedire alle generazioni precedenti di lavarsene le mani ed esortarle a immaginare un nuovo mondo, liberandole dalla logica secondo cui “è sempre stato così”.
Vogliamo sradicare il sistema che definisce le nostre esistenze da quando siamo nate e che ha generato tutti quei “bravi ragazzi” che hanno dato la morte a quelle come me. I femminicidi sono solo, purtroppo, le ultime terribili conseguenze di un fenomeno radicato nella nostra società. Siamo stanche di vedere il conto salire, stanche di essere guardate dall’alto in basso mentre esponiamo l’importanza di questi problemi, stanche di essere definite problematiche, isteriche, pesanti o misandriche, ma soprattutto di sentirci ogni giorno meno sicure e tutelate da chi dovrebbe garantirci sicurezza. Quanto tempo ci vorrà ancora prima il governo apra gli occhi sui problemi che stanno distruggendo le nostre società? Quante altre morti di ragazze e donne innocenti, prima che si accorgano che è necessario intervenire inserendo programmi di educazione affettiva e sessuale nelle scuole?
La scuola e tutta la società in ogni ambito devono porsi come obiettivo quello di educare donne e uomini al rispetto di sé e dell’altro e soprattutto educare i giovani uomini a costruirsi identità in cui il conflitto non sfoci nella violenza, per aiutarli a sviluppare relazioni sane e paritarie.
FEMMINE SENZA PAURA
Vorremmo iniziare con una riflessione particolare, che parte dall’etimologia stessa della parola “femminismo”, e di molte altre parole che si riferiscono alle donne (come “femminile”, “femminilità”, “femmineo”, “femminicidio”). Frequentando il liceo classico, siamo state abituate a ricercare il vero significato e le vere intenzioni espressive di una parola proprio a partire dalla sua etimologia e dalla sua origine. Tutti questi termini, in particolare, sono riconducibili alla stessa parola latina, “femina”. I romani avevano, in realtà, diversi termini per indicare la figura femminile, tra i quali:
- “mater”, termine molto usato e piuttosto trasversale che tuttavia, come si può ben capire, sottolineava più che altro l’identità di madre che la donna era tenuta ad assumere di pari passo con la sua stessa identità femminile;
- “mulier”, termine designato per indicare una donna o una moglie in senso neutro;
- ”uxor”, che indicava nello specifico una sposa o una moglie.
Il termine “femina” in particolare, però, rispetto agli altri, ha un significato ambiguo: può infatti indicare una donna in senso neutro, puramente descrittivo, ma anche una donnetta, una donna da nulla, di poco conto.
Com’è noto, la condizione femminile nell’antica Roma era ancora molto arretrata rispetto a come la intendiamo oggi: le donne non erano emancipate, erano limitate dalla patria potestà, ovvero dall’autorità del padre, e, una volta sposate, da quella del marito; la loro identità era quindi limitata a ricoprire i ruoli di figlia, moglie e madre che la società richiedeva alla loro condizione biologica e sociale, chiaramente considerata inferiore a quella maschile.
L’unico modo per una donna di elevare il proprio status sociale era, ovviamente, trovare un buon partito. Il carattere ambiguo della parola femina usata per riferirsi al genere femminile diventa quindi comprensibile: una donna intesa singolarmente nella sua identità, senza che una figura maschile avesse il potere di condizionarne la posizione sociale prendendola in moglie e rendendola, di fatto, una madre, era di per sé tenuta in scarsissima considerazione. Come tutti sappiamo, l’italiano ha colto i frutti delle lingue greca e latina, parte integrante del nostro patrimonio culturale.
Curiosamente, gli aggettivi che usiamo di più per descrivere l’identità, per l’appunto, femminile, non provengono dalle altre parole che abbiamo citato, come “mulier” o “uxor”, munite di un significato meno dispregiativo, ma forse più legato all’identità di moglie che definiva esageratamente la donna antica, bensì provengono, appunto, dal termine “femina”. Le altre parole che ho citato hanno lasciato delle sporadiche eredità alla nostra lingua (come, per esempio, “uxoricidio” e “mulìebre”), con l’eccezione importante di “mater”, da cui sono originate moltissime parole, anche fondamentali, che utilizziamo ancora oggi (come “madre”, “maternità”, “matrimonio”). Come ho detto all’inizio, tuttavia, c’è un termine in particolare che affonda le sue radici nella parola “femina”: questo termine è “femminismo”.
Nello sviluppare questa riflessione abbiamo dovuto pensare a come spiegare la forza di quel legame indissolubile che persiste tra le parole di oggi e quelle del passato.
Ci ha a dir poco disorientato pensare che, per l’appunto, un termine così potente, cruciale e rappresentativo della storia delle donne a partire dal secolo scorso come “femminismo” provenga in realtà da un termine così maliziosamente ambiguo, scomodo, ma che, in realtà, riflette benissimo quella società di cui hanno fatto parte i nostri stessi antenati. È questo, per noi, a costituire una vera contraddizione: pur riferendoci ad un movimento che vuole rivendicare i diritti delle donne, ci troviamo ad utilizzare un termine la cui etimologia ci collega sempre ad un passato di pregiudizi, preconcetti sessisti, misoginia gratuita promossa da un popolo che è sì lontano da noi, ma comunque legatissimo alla nostra storia. Anche nel definirci femministe, rimaniamo impregnate di questa patina scomoda, dotata di un proprio peso specifico, che marchia il nostro genere e la nostra identità in un modo paradossale. Tuttavia, il fatto che il genere femminile sia stato inteso, fin dalle origini, come imperfetto per natura, rappresenta, ai nostri occhi di giovani donne, un ulteriore motivo per lottare contro le disuguaglianze sociali. Non si tratta di una lotta confinata al passato: il genere femminile è ancora oggetto di stereotipi che, tristemente radicati nella nostra società, non si può dire siano spariti neanche ai giorni nostri.
Noi crediamo che il primo passo per scardinare questo sistema sia la consapevolezza: conoscere la storia di condanne e di repressioni che il genere femminile ha subito fin dagli albori della civiltà è uno strumento necessario per inneggiare ai pari diritti e allo stop alle discriminazioni. Abbiamo il potere di cambiare tutto, a partire dal significato del nome che è stato associato alla nostra identità. Essere “femmina” non deve essere sinonimo di inferiorità, di incapacità o di debolezza, ma può essere sinonimo di determinazione, di personalità, di coraggio.
Vi invitiamo ad essere, quindi, oggi come domani, femmine senza paura, per alzare la vostra voce contro i limiti del passato, e contro quelli del presente.
IL FEMMINISMO LIBERA TUTTE E TUTTI
Lo scorso anno abbiamo trascorso un periodo in Danimarca per partecipare ad un progetto europeo di scambio tra scuole e studenti e in quel contesto abbiamo avuto la possibilità di parlare con molte persone riguardo al femminismo, ponendo domande quali: “cos’è per te il femminismo?” e “ti definisci femminista?” riscontrando diverse risposte che secondo noi andavano a collidere con il reale significato della parola. A nostro parere, infatti, la parola femminismo viene spesso fraintesa, considerata come il suo stesso estremo, cioè come il maschilismo ossia come una forma di sopraffazione.
Si tratta invece di un movimento che promuove l’uguaglianza di genere, sfidando le disparità storiche e sociali tra uomini e donne. Attraverso la consapevolezza e la lotta contro stereotipi di genere, discriminazioni e disuguaglianze, il femminismo mira a creare una società più equa e inclusiva per tutte e tutti. È essenziale riconoscere il valore e le capacità di ogni individuo, indipendentemente dalle sue differenze, per costruire un mondo dove l’uguaglianza è la norma.
Quindi il movimento femminista non si propone altro che il raggiungimento da parte delle donne di quei diritti e di quella considerazione che fin dall’inizio della storia dell’umanità sono stati negati, e la conseguente parità di genere. A causa del patriarcato, ancora tristemente presente nella nostra società, non solo le donne, ma anche gli uomini sono oggetto di pregiudizi che mirano ridurre l’identità del singolo individuo e ad inserire tutte e tutti in parametri già stabiliti, creando sofferenza e infelicità. Dobbiamo liberarci dal patriarcato, uno schermo che avvolge la società, un velo di potere e dominio che cela voci già silenziose. Il patriarcato è una costruzione culturale e gerarchica fondata sulla disuguaglianza che influenza ogni aspetto delle nostre vite. Si è stabilito nei secoli e si mantiene attraverso forme di violenza e forza fisiche, psicologiche ed emotive. Questo sistema di oppressione non nuoce solo alle donne ma anche agli uomini poiché contribuisce a promuovere l’idea di uomo sempre virile e forte ma mai sensibile, incapace di sentire il dolore altrui. È importante distruggere il patriarcato perché per imporre la sua autorità si regge necessariamente sulla forza e, come dice Simone Veil, “La forza rende chiunque le è sottomesso pari a una cosa. Esercitata fino in fondo fa dell’uomo una cosa nel senso più letterale del termine, poiché lo rende cadavere. C’era qualcuno e, un istante dopo, non c’è più nessuno.”
Con le nostre parole vorremmo lasciare un segno, anche se piccolo, perché pensiamo che il vero cambiamento parta da tutte e tutti noi. Non rimaniamo degli umili spettatori, ma troviamo il coraggio di scrivere con le nostre menti e le nostre scelte il futuro che vogliamo.
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